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la forma dell’invisibile

Noi diamo all'argilla la forma di un vaso, ma è il vuoto
al suo interno che conterrà ciò che vogliamo.


detto Zen 

Kengiro Azuma è uno scultore che dà forma all'invisibile plasmando la materia con i suoi pieni e i suoi vuoti. Soprattutto i vuoti. Artista novantenne di origine giapponese, è un uomo che riflette con semplicità sul senso profondo della vita, sul coraggio, sulla continua ricerca, sull’essenza delle cose, sul vuoto e sul pieno, con quello spirito tipico della cultura Zen.

Racconta Azuma che "Ogni oggetto presenta un dualismo tra gli opposti: il pieno e il vuoto, il bene e il male, il sole e la pioggia, il dolce e il piccante, Oriente e Occidente, Nord e Sud. Ciò che ha guidato la mia ricerca è l’interesse per il Mu (il vuoto), che è invisibile, come l’anima, la fantasia, il sogno, l’aria. Il Mu, pur opponendosi allo Yu (il pieno) ha bisogno di quest’ultimo per manifestarsi. Alla base di ogni mia opera c’è un disegno che, frutto dei miei pensieri, è invisibile. Ma per completare il lavoro, devo andare oltre il disegno e dar forma all’invisibile”. Tutta la sua opera nasce dal pensiero, dalla ricerca sul mistero della vita, dal tentativo di rendere visibile l’invisibile trasformandolo in bronzo, legno, pietra. Scrive Azuma “sono pienamente convinto che la vita non è altro che un incessante sforzo diretto all’avvicinamento dell’assoluto. Che cosa è l’assoluto? Mi pare che la vita e l’arte siano completamente immerse nel mistero, è una ricerca quotidiana continua, faccio prove in continuazione spinto verso il grande mistero della Vita.

l'essenza della forma e l’anima della pietra nella scultura di Modigliani

Rendere visibile e quasi tangibile l’anima delle sue opere, lavorando la pietra e dandole una forma pura e rigorosa per metterne in luce l’essenza: questo a mio parere è il segreto della bellezza poetica e straordinaria delle sculture di Amedeo Modigliani, in mostra al Mart di Rovereto.

Il grande museo trentino di arte moderna e contemporanea ha scelto infatti di rendere per la prima volta omaggio alla scultura del grande artista a distanza di quasi un secolo dall’ultima esposizione al Salon d'Automme di Parigi del 1912. L'artista amava infatti definirsi "più scultore che pittore" e, come le sue opere dimostrano, la sua esperienza plastica ha raggiunto esiti di grande bellezza e rigore stilistico.
Come afferma la giornalista Corona Perer, quella del Mart è una mostra piccola ma densa e compatta con un allestimento emozionale in cui il Rinascimento dialoga con Modigliani, e lo scultore livornese si riverbera nel Kouros greco. E tra loro anche capolavori di Picasso e Brancusi. "Quasi una riunione tra amici" ha affermato Alessandro Del Puppo, autorevole membro del comitato curatoriale della mostra.
Tra le opere più significative in mostra, ritroviamo le sculture dalle forme allungate - quasi più di tante sue figure dipinte - e dalle superfici fluide e scabre, in parte lasciate allo stato grezzo, talvolta appena abbozzate sul retro, e sulle quali appena emergono o si incidono i dati fisionomici: nasi che, come osservò l'amico Zadkine, «scorrono simili a frecce verso la bocca», occhi ovoidali privi di pupille e con le palpebre serrate sotto arcate sopracciliari perfette quasi a raccogliere un mistero arcaico che le assimilano a idoli ieratici e remoti.


A differenza di quello di Brancusi, il «primitivismo» della scultura di Modigliani si sostanzia infatti di suggestioni culturali di più vasta latitudine tra le quali sono da segnalare l'arcaismo greco ed etrusco e, in minor misura, il medioevo romanico e gotico, nonché alcuni spunti decorativi derivati dall'arte khmer: elementi tutti che si amalgamano in strutture plastiche assolutamente nuove e di mirabile coerenza, nelle quali vengono esaltate le possibilità espressive e dinamiche della pietra grezza.

Straordinaria anche la serie dei disegni dal carattere lineare dove la purezza e la regolarità del tratto affascinano lo spettatore che scorge tutta la sensibilità dell’artista nel saper ritrarre una bellezza interiore alla ricerca dell’armonia e dell’essenza. Le sculture di Modigliani trovano infatti una corrispondenza nei suoi straordinari disegni che, in un certo senso, ne costituirono la matrice.

Gino Rossi: la follia del colore

Gino Rossi (1884 –1947) svela nei suoi paesaggi e nei suoi ritratti tutta la sua inquietudine di artista del suo tempo attraverso l'uso di una tavolozza di colori vibranti, talora assolati e intrisi di luce talora freddi e avvolti da un velo di indecifrabile oscurità, che ben rappresentano i mutamenti alterni del suo animo.

Pittore veneziano dei primi del Novecento muove i suoi primi passi tra la natura dei paesaggi che lo circondano fin dall’infanzia (Venezia, Burano, Asolo, il Montello), che ritrae in molte sue opere giovanili, e i successivi incontri con la grande arte a Ca’ Pesaro, prima, e a Parigi in seguito, dove si confronta con gli artisti della sua epoca, da Gaugin a Picasso, da Modigliani ai fauves traendone ispirazione e stimoli per le sue opere.

Paesaggi bretoni, vedute di Burano e scorci asolani rivelano influenze diverse, dal sintetismo di Gauguin a certe stilizzazioni liberty dell’epoca. Opere fatte di esaltante colore a cui si contrappone in altre una ricerca formale di rigoroso impegno costruttivo. Nel corso degli anni, nuovi contatti con l'arte e nuovi stimoli aprirono a Rossi visioni e indirizzi che portarono la sua pittura verso il Cubismo, riprendendo infine la lezione di Cézanne.

Il dramma della guerra e della prigionia, e crisi familiari acute e destabilizzanti che lo accompagnarono più volte nel corso della sua vita, minarono irrimediabilmente il suo precario equilibrio mentale fino all’internamento a partire dal 1925 in numerosi manicomi da cui non uscirà più sino alla morte nel 1947. Un internamento che, lungi dal guarire le manifestazioni e gli accessi di ciò che al tempo gli fu diagnosticata come una grave forma di follia, spense a poco a poco drammaticamente quella luce interiore d’artista il cui sguardo scorge ben al di là di ciò che la realtà ci rappresenta per sconfinare in un mondo dove la coscienza si amplia sino ad abbracciarne l’essenza.

corrispondenza d'amorosi sensi per sedute di stile

Dal 1952 MOROSO, azienda friulana leader nel design d’autore, progetta e realizza divani, poltrone e complementi d'arredo in collaborazione con i designer più famosi e qualificati del mondo, da Ron Arad a Carlo Colombo, da Enrico Franzolini a Marc Newson, da Toshiyuki Kita a Patricia Urquiola, da Marcel Wanders a Javier Mariscal. Moroso crea oggetti di design originali e inediti che hanno un'anima, spesso giocosa e divertita, oggetti che veicolano emozioni e sensazioni e danno vita a spazi da abitare in cui qualità e progettazione incontrano bellezza, creatività e stile.

Alla Biennale di Venezia, Moroso è sponsor sostenitore della 12. Mostra Internazionale di Architettura. L'appuntamento con l'arte è invece sempre a Venezia a Palazzo Fortuny con Nuala Goodman, artista poliedrica che combina pittura, design e moda con le sue stoffe floccate. Un lavoro particolarissimo eseguito da Nuala a mano su cinquanta pezzi icona della collezione Moroso. Vere e proprie installazioni per pezzi unici capaci di creare un'atmosfera fiabesca.  

Per ulteriori informazioni: www.moroso.it

Spring Collection - Designer Ron Arad

Carl Warner: paesaggi da gustare con gli occhi

Carl Warner, fotografo inglese di fama internazionale, ripercorre le orme del grande pittore milanese Giuseppe Arcimboldi, che nel Cinquecento trasformò il cibo in arte. Oggi Warner ne riprende l'idea di fondo creando "nuove ricette ad arte", reinventando i vari alimenti con magia e poesia per creare paesaggi e ambienti fiabeschi e suggestivi. I Foodscapes di Warner nascono da un'elaborata procedura fotografica e da successivi interventi digitali che danno origine a gustosi paesaggi alimentari ricchi di particolari straordinari. A Londra, il 14 ottobre, una mostra alla stazione della metro di St. Pancras ne celebra il talento.

Per entrare nel magico mondo di Warner: www.carlwarner.com

Adolph Gottlieb sbarca in laguna


Una mostra ricca di stimoli la retrospettiva che la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia dedica a Adolph Gottlieb (1903-1974). Si tratta della prima retrospettiva in Italia dedicata all’opera dell’artista americano, a partire dai lavori iniziali d’influenza surrealista fino all’approdo all’espressionismo e in seguito all’astrattismo.

Il suo linguaggio visivo, privo di simboli storicizzati, rappresenta un codice  universale, diretto ed essenziale. Le sue Pittografie sono caratterizzate da simboli di aspetto arcaico collocati in griglie irregolari, mentre i suoi Bursts e Landscapes si distinguono per essere simboli di una forma cosmica e universale, oltre che opere di grande valore estetico e artistico.

Maggiori informazioni su www.guggenheim-venice.it